CtG Street Art

Il caso Favara.

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Non parlo volentieri, in modo negativo, di Favara, popoloso comune dell’agrigentino. Non ne parlo, non perché non abbia un parere, ma perché si arriva a non aver molto da dire, alla vista di Favara.

Favara rappresenta, e non in modo unico, il fallimento del progetto Italia come paese avanzato e in modo altrettanto evidente, anche l’ambizione isolana di autonomia e indipendenza. Vedi Favara e capisci che l’Italia non è un paese come gli altri. Qui non verrà Renzi a parlare (però è venuto Grillo), ne inviteremo la Merkel, ne i grandi del G8, ne la massoneria di Bilderberg. Favara si trova a una distanza civile e sociale da certi standard europei (cui facciamo riferimento costante, essendo in Europa) francamente imbarazzante. Non per il suo centro urbano in sfacelo, pericolante, abbandonato, malsano.

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A me personalmente una certa dose di disgrazia piace, quando nei contesti “adeguati”. Non è Pripyat, abbandonata dopo Cernobyl, ne la baraccopoli gipsy di Glod, in Romania, costruita in modo spontaneo con legno e lamiere. Per me è infatti peggio: è l’Italia dei dimenticati, degli emigranti, di quelli che hanno lasciato la cittadinanza favarese per abbracciare quella bavarese. Il fallimento di Favara non sta esattamente nella decadenza del suo centro storico piuttosto nel suo più recente sviluppo “moderno”, che in quanto a orrore urbanistico ha pochi rivali in Italia (ma ne ha!).

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Che sia ben chiaro, è l’Italia ad avere un problema: dov’è che altrimenti ti viene consentito di costruirti la palazzina da solo, senza permessi, senza arte ne perizia? Dov’è che si moltiplicano le case senza il logico corredo di servizi e infrastrutture? In Italia si può, stando alle evidenze. Qui non vedo lo Stato, come non vedo il Comune (sicuramente senza soldi), neppure per le emergenze più banali. Bene, in questa città dove mancano i tombini, manca a tratti l’asfalto, manca il verde come l’acqua corrente (“e la gente non c’ha niente”, direbbe Rino Gaetano) e manca anche una sola fontanella, qui, nella morte della democrazia, dalle sue ceneri, rinasce l’arte contemporanea, e quella più attiva del termine, con il Farm Cultural Park. Sarebbe? Com’è possibile tutto questo?

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Visito Favara più volte l’anno dal 2011. Ecco questo è uno dei cambiamenti più straordinari alla quale io abbia mai assistito. Prima di tutto perché in controtendenza con il resto della Sicilia, questo cambiamento è assai veloce. In secondo luogo perché fa assai perno sull’arte, quella materia volubile e impercettibile che non sai descrivere ma sai che esiste; quella faccenda che non serve a un bel niente e con cui non ci si mangia, ma capace di rivoluzionare semplicemente TUTTO. Questo tutto nasce dalla visione-passione di un privato, il notaio Andrea Bartoli, supportato della (super) moglie Florinda Saieva. Non mi dilungherò nel trattare la storia personale dei fautori di questo cambiamento perché non saprei aggiungere una parola in più a quanto già detto (di positivo) dalla stampa italiana ed estera. Grazie al Farm Cultural Park, Favara oggi è un caso di rinascita, unico. Rimango impressionato dalla mole di cose e dalla potenza che queste “cose” hanno sull’essere umano. La gente, anche la più “sfornita”, ormai ha metabolizzato i comportamenti e le circostanze tipiche dei “forestieri”, degli artisti e dei fruitori dell’arte; ha oggi visione e confidenza con le manifestazioni più trasgressive e bizzarre, con istallazioni, con colori e concetti che prima non avrebbe quasi potuto tollerare.  Il Farm ha portato una ventata di fiducia e possibilità, nonché ha fatto approdare il turismo in città. Cosa che la politica da sola non avrebbe potuto, se non a parole. Grazie e in seguito a questo, la cittadinanza sta prendendo coscienza, anche nell’abitare nuovamente il centro abbandonato e nel viverlo la sera: sono nati nuovi e deliziosi locali, molto giovanili e contemporanei, che non avrei detto mai. Vedi il bello, comportati bene e capisci quanto questi comportamenti siano contagiosi. La gente sta imparando la lezione e molto in fretta. Conosco poca gente così ospitale e disponibile come i favaresi. È facile sentirti in famiglia.

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Questa cittadina prima nota solo per primati negativi, oggi vanta una nomea positiva inimmaginabile fino a pochi anni fa. Quale cittadina in Sicilia oggi può tenerle testa? Quante cittadine in Sicilia dovrebbero, attraverso fondi privati e alla cultura, tirarsi fuori dall’oblio sociale ed economico? Favara oggi ha numeri e caratteristiche che fanno ben sperare. Qui non c’è ormai solo il Farm Cultural Park, ma una serie di piccole iniziative personali e collettive (sia spontanee che correlate) impegnate nella rigenerazione urbana e nel contemporaneo. Queste realtà si danno incontro celebrandosi a ogni anniversario del Farm cultural Park, come in una nuova festa di paese, a fine Giugno. Ecco come fanno a nascere nuove tradizioni e nuove buone abitudini, rigorosamente pagane, per fortuna.

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Prima della Farm, non avrei immaginato possibile fare impresa culturale quaggiù (ma nemmeno estetica!). Senza voler affrontare l’argomento del bilancio economico di tale impresa, consapevole che il ritorno è di tipo lento e difficile da valutare in soldoni, mi fermo e rifletto: se solo avessimo 5 italiani su 100 disposti a impiegare il proprio tempo e le proprie risorse, questo sarebbe senza retorica un paese del fare, migliore. Perché per generare talenti serve un motore, una macchina messa in moto. Chiudo con una carrelata d’immagini, segno di un’attività cerebrale che merita solo di essere incoraggiata. Allego una frase di Andrea Bartoli, una che su tutte andrebbe ricordata: “non ho più soldi di altri professionisti o imprenditori - tutto è una questione di volontà, di desiderio nell’investire su qualcosa i quali benefici ricadano visibilmente sulla comunità e sul futuro dei nostri figli”.

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VladyArt.


Arte urbana: intervista a Francesco Garbelli. Di VladyArt


1. Si ricorda il suo primo intervento nello spazio, nel contesto urbano? Anno e circostanza?

Ho iniziato a realizzare interventi nello spazio urbano molto presto, fin dalla prima metà degli anni ottanta. All’epoca scrivevo dei testi, canzoni, poesie, e mi piaceva che uscissero dal foglio di carta e andassero a collocarsi sui muri, sui marciapiedi, trovavo che in questo modo - sviluppandosi nello spazio fisico - la scrittura, la parola, potesse liberare al massimo la sua potenza evocativa. Le chiamavo “lettere in azione”, di questo non ne sa praticamente niente nessuno, ho solo fotografato alcuni interventi ma non avevo ancora in mente di “fare l’artista”. Se parliamo di qualche cosa che sia documentato  all’interno del mondo dell’arte il primo intervento è stato quello realizzato all’interno dell’ex fabbrica Brown-Boveri, uno spazio immenso, chiuso da più di vent’anni, praticamente al centro della città perchè collocato tra quartiere Isola e zona Garibaldi, dove la prima volta siamo entrati calandoci con una corda giù da una finestrone. In quel luogo siamo stati quasi un anno coinvolgendo man mano decine di artisti poi l’abbiamo riaperto al pubblico, donato alla città arricchito da tutti i nostri interventi, ed è stato senza dubbio l’evento artistico più importante per Milano di quel decennio.

Siamo a cavallo tra 1984/85 e in quello che io consideravo un tempio dell’epoca industriale, ormai abbandonato, ho realizzato con tubi di ferro arrugginiti  una scultoparola: ”ALTARE”. Era come dare una connotazione fisica e verbale ad una suggestione, un sogno, in un luogo che, come una cattedrale sconsacrata, aveva perso il suo valore d’uso.  Contemporaneamente ho iniziato a realizzare i miei primi inteventi sulla toponomastica urbana, che ritengo importanti quanto quelli con la segnaletica stradale. Avevo scelto il percorso tra l’uscita della metro e la Facoltà d’Architettura che frequentavo, là ho realizzato la “Trilogia ‘85”. Il primo intervento riguardava “La scomparsa dei segni”, dove eliminavo i cognomi degli illustri ignoti, (come li definivo io), a cui erano dedicate le vie che, di conseguenza, diventavano le vie di tutti: via Giuseppe piuttosto che Davide o Maria. Seguiva “La via per immagini” dove al posto del nome di un’artista mettevo il suo lavoro, applicavo sulla targa l’immagine al posto della parola. Per concludere con il “Ritorno delle parole” dove le scritte assumevano una sorta d’identità, di corporeità e le vie tentavano di comunicare con chi passavia di lì.

2. Aveva dei modelli/artisti ai quali si ispirava?

No, soprattutto agli inizi i miei riferimenti erano i miei studi e le suggestioni le ereditavo dal cinema, ad esempio, quando vagavo per gli enormi spazi della Brown-Boveri dove pioveva dai tetti e attraversavi pavimenti ricoperti di felci i miei pensieri andavano alle atmosfere  di Stalker o alla città marcia e meravigliosa di Blade Runner. Poi con quello che avveniva in quegli anni nel mondo dell’arte non potevo avere punti di riferimento, mi sentivo abbastanza isolato, ma questo posso spiegarlo rispondendo alla domanda che segue.

3. Era a conoscenza dell’attività urbana di altri artisti in Italia, Europa, America?

Allora, in quegli anni si assisteva al grande ritorno alla pittura, il Neoespressionismo in Germania e Stati Uniti, la Transavanguardia in Italia, il tutto accolto a braccia aperte dal mercato che ne decretò il grande successo  commerciale. Io mi sentivo distante da tutto ciò, anche se devo ammettere che per due o tre anni questo ritorno alla pittura fu un vero e proprio fenomeno sociale: sembrava che tutti dipingessero come negli anni ‘70 tutti suonavano la chitarra! La distanza tra tutto quello che ne è seguito - i vari citazionismi, la pittura colta e così via - e i miei interessi non fece altro che aumentare, infatti, nel 1988 ho realizzato un’installazione che esprimeva questo concetto, questa distanza, un cartello di pericolo generico, (quelli col punto esclamativo),  che di solito hanno una tabella aggiuntiva che indica la natura del pericolo: nel mio caso la tabella riportava la scritta NEO, POST, TRANS.  Per fortuna dagli Stati Uniti arrivava un’altro fenomeno, un’arte che si sviluppava per le strade, quello dei Graffiti:  prodotti da gente come Rammellzee, A-One, Futura 2000, Hambleton, Kenny Scharf, Keith Haring, solo per ricordarne qualcuno, ed era come respirare  boccate d’aria nuova, fresca. Il termine Street art all’epoca io non l’ho mai sentito, probabilmente non esisteva ancora; si parlava di New York Graffiti, di luoghi come il Lower est side o Loisada, come “suonava” nello slang degli ispanici, insomma di graffiti e graffitisti. E molti di loro vennero  a Milano in quel periodo, li esponeva la galleria di Salvatore Ala; Rammelzee, A-One ed Haring li ho anche brevemente incontrati. Ricordo che A-one, quando conosceva qualcuno, chiedeva  se eri un artista o un graffitista, capivo la differenza che andava ben al di là dell’arte e assumeva una valenza sociale, ma era una domanda a cui non sapevo dare una risposta. Infatti - sebbene di rinchiudermi in uno studio, davanti a una tela bianca a fare un bel cocktail di pittura con due parti di Picasso, una di Carrà e shakerata finale di Chagall, non ne avevo alcuna intenzione - sentivo comunque che quell’arte di strada non mi apparteneva, avevo bisogno di trovare la mia di strada, forse con un approccio meno istintivo, più meditato, ed è per questo che mi sono avvicinato alla segnaletica stradale.

4. Perché proprio la segnaletica stradale?

 Oltre a quelle legate al contesto, di cui ho appena accennato sopra, ci sono altre motivazioni legate ai miei studi sul linguaggio e l’origine delle scritture. Mi sono reso conto che la segnaletica stradale e, in seguito l’utilizzo sempre più diffuso – che continua tutt’ora – di elementi pittografici, iconici, sostitutivi le parole, altro non erano che una sorta di rivincita, diciamo così, delle antiche scritture pittografiche spazzate via dall’avvento della scrittura fonetica, il nostro alfabeto.  Ricordo che mi aveva colpito il sistema elaborato da una tribù di nativi nordamericani che utilizzava un procedimento tipico delle prescritture, quello mnemonico, (tipo i nodi sulla corda o le tacche sul bastone), associato però a elementi pittografici: cioè disegnavano un orso piuttosto che un vaso non per indicare i relativi concetti ma per esprimere o meglio ricordarsi concetti e frasi più complesse ed articolate, ecco la nostra segnaletica stradale! Da lì sono partito, non solo avevo trovato la mia strada ma avevo anche la chiave per eludere il vocabolario chiuso della segnaletica: insinuare l’ironia, la fantasia, la riflessione là dove una simbolgia fredda, essenziale, appariva inattaccabile. Così sono nati  lavori dove ideogrammi del passato andavano a collocarsi sui segnali contemporanei ed altri dove al posto della segnaletica stradale mi confrontavo con altri codici segnaletici, antiinfortunistica, antiincendio ecc.

5. Come veniva recepito e considerato allora dai suoi contemporanei/colleghi?

Le reazioni a volte erano opposte, da quelli entusiasti a quelli scettici che si chiedevano se usare i cartelli stradali fosse arte… Anche da parte dei media c’era interesse, raramente un mio intervento passava inosservato, solo che – data la natura “abusiva” delle mie installazioni - in un’epoca preinternet, controllare le reazioni, seguire la  comunicazione, era  complicato, non rimaneva che andare fisicamente in edicola a sfogliare tutti i principali quotidiani per scoprire se era stato pubblicato qualcosa sull’evento o sperare che qualcuno ti telefonasse per dire: hai visto che è uscito un articolo sul Corriere?  Da parte delle Istituzioni all’estero c’era molta più disponibilità e ricettività, a parte quello al Macam, Museo d’arte cont. all’aperto di Maglione Canavese, i primi interventi che ho realizzato con  regolare permesso  sono stati in Olanda e Germania,  se erano all’interno di una manifestazione, te li facevano fare punto e basta, non dovevi avere i permessi dei vigili urbani, del fuoco, della guardia di finanza, dei forestali, della sovrintendenza, della curia episcopale, della chiesa valdese e metodista, del comune, del consiglio di zona, dell’associazione degli alpini, cavolo! Insomma c’era molta meno burocrazia.

6. Considera d’essere stato influente per qualche artista più giovane?

Non saprei, però verso la fine degli anni novanta mi capitarono un paio d’episodi curiosi, a breve distanza l’uno dall’altro. Nel primo mi fu presentato un artista che quando seppe chi ero sbottò dicendo, Garbelli sei stato un mio mito giovanile! Io rimasi talmente sorpreso che non riuscii a fare nulla, vedevo che lui si aspettava che gli dicessi qualcosa, ma riuscii solo a bofonchiare qualche uh, ah, e nulla più. Va beh, figura di m… pensai dopo, comunque poco male tanto non accadrà mai più. Invece a distanza di poco tempo conosco un’altro che mi dice la stessa cosa! In quel caso mi ha salvato la mia autoironia, gli ho messo una mano sulla spalla e gli ho detto: caspita certo che devi aver avuto un’infanzia molto difficile, ti sei ripreso? E’ finita con una gran risata.

  1. In che modo avveniva lo scambio culturale con gli altri artisti? solo in modo fisico o anche remoto (lettere)?

Beh soprattutto negli anni ‘80 si usciva praticamente tutte le sere, era la Milano da bere, non che mi piacesse quel clima, l’edonismo reaganiano, gli yuppies e tutte quelle stronzate là, però la città era molto vivace, c’erano tantissimi eventi e ci si beccava sempre in giro… Con quelli che abitavano altrove ci si telefonava, faxsava e certo si spedivano pure delle lettere, anche per veicolare i materiali, le foto, i cataloghi o più semplicemente delle proposte, dei progetti.

8. Qual’è la sua opinione su questa “esplosione” d’interesse e di artisti proprio nel “suo” ambito?

Penso che sia il frutto di più fattori, certamente l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della street art , nel corso di tutti questi anni, è cambiato in senso positivo. Oggi le varie manifestazioni di quel variegato mondo che definiamo con i termini di street art o public art, non solo vengono generalmente accettate ma in molti casi addirittura promosse dalle autorità, istituzionalizzate. E’ il risultato di un lungo percorso iniziato una ventina d’anni fa quando molti artisti, in ogno angolo del pianeta, cominciarono ad interrogarsi sul senso e sul significato dell’arte pubblica. Quando realizzavo le mie installazioni negli anni ‘80 da parte dell’opinione pubblica c’era molta più ostilità, malgrado i miei interventi fossero molto “grafici”, “puliti”, alcuni li stigmatizzavano alla stregua di atti vandalici. Anche da parte delle autorità l’atteggiamento era più repressivo seppur vi fosse meno controllo; oggi le città hanno più telecamere che abitanti!  Un altro fattore determinante è quello che riguarda l’impatto che ha avuto la rete, di colpo gli artisti potevano scambiare le proprie esperienze in tempo reale e non essere più isolati, l’effetto community, penso abbia giocato un ruolo decisivo. Poi non dobbiamo dimenticarci della televisione: mentre l’arte – intendo dire l’altra – non è per niente televisiva,  nei tempi, nei contenuti, insomma è sempre difficile farla rientrare nel format, la street art è fotogenica, telegenica, ci rientra perfettamente. Quindi trova naturalmente spazio nel media più influente al mondo e questo aiuta lo sviluppo del “movimento”.

9. Ha per caso nuovi progetti, intende portare avanti altre istallazioni nello spazio?

Si e naturalmente non mancherò di mettervi al corrente. Inoltre sto progettando un nuovo intervento per l’Expo che si svolgerà a Milano nel 2015, dato che il tema dell’expo sarà, Nutrire il pianeta, il mio lavoro sarà dedicato ai popoli tribali della terra, ai non contattati, (quelli di Survival tanto per intenderci), perchè sono gli unici che stanno facendo qualcosa per salvare il pianeta, senza volerlo fare ma semplicemente vivendo, o meglio sopravvivendo, in un altro modo… E per me che vivo nel “Bel Paese”, dove i “non luoghi”, (quelli di Marc Augè), sono ormai il tratto distintivo di un paesaggio sempre più violentato da gente  ignorante, corrotta,  o criminale, per me che in questo contesto mi sento sempre più “fuori luogo” penso sia terapeutico occuparmi di loro.

www.francescogarbelli.com


Art can be made with anything. Art is everywhere. Even inside galleries. 
L’arte può essere fatta con tutto. L’arte è ovunque. Addirittura dentro le gallerie.

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