CtG Street Art

Deontologia professionale dello street artist

image

“Street artist”: colui che, nel nome delle arti, opera creativamente nello spazio pubblico (urbano, generalmente), prediligendo le azioni non autorizzate e non commissionate. Questa premessa, necessaria e introduttiva, ci serve per inquadrare un “profilo professionale” specifico, di cui andremo a parlare.

Esiste o può mai esistere una deontologia professionale per lo street artist?

Esiste un pensiero comune? Se ogni gioco ha le sue regole, quelle della street art quali sarebbero?

Vi è una sostanziale differenza tra gli artisti “convenzionali” e gli street artist?

Ho deciso di chiederlo al mio network di contatti, tra gli artisti che in varia maniera operano secondo i parametri della street art, per quanto questo termine possa essere vago, superato o incompleto.

Le domande a seguire sono di quelle che hanno unito e diviso parecchi “operatori del settore”.

Vediamo se si può, connettendo i vari punti, tracciarne una deontologia all’alba del 2014, dopo aver assistito al sorgere di vari interrogativi, intorno alla pubblicità, le mostre, le gallerie, le vendite, l’illegalità, la guerra tra bande, internet, i social network, l’emulazione, la moda, le scorciatoie artistiche.

  1. Trovi opportuno creare un account su Facebook? Per quali ragioni?

 

Si! Anche se con modalità differenti da come la fantascienza cyberpunk ‘80 e ‘90 profetizzava, le nostre vite si sono trasferite per gran parte nella realtà virtuale. Basta pensare a quanto tempo passiamo sui social network, quanto ci occupiamo della nostra immagine virtuale e quanto tempo passiamo a conversare con persone reali o quanto lo facciamo via internet. Oppure cosa ancora più lampante, quando siamo per strada quanta gente è attaccata al suo smartphone? Questo network virtuale che ci permette di viaggiare al di fuori dei nostri corpi ci da possibilità impensabili fino a 10 anni fa ma allo stesso tempo sta trasformando la nostra vita sociale e il mondo in generale. Non voglio quindi dare un giudizio negativo o positivo sulla cosa, è così e basta. Se non vai su Facebook, per molti versi ormai è come se non esistessi e quindi credo sia doveroso esserci specialmente in un giro come il nostro in cui l’autopromozione è gran parte del lavoro. Chi rifiuta questa cosa ormai è simile a un eremita elettronico, inoltre se fai qualcosa di pubblico (artista in generale) su Facebook ci finisci in qualche modo, ma sei rappresentato da chissà chi… quindi meglio esserci in prima persona. Ripeto: non sto esprimendo un giudizio sul fatto che sia giusto o sbagliato, è il mondo che sta andando così e ignorarlo mi sembra ignorante! (108)

Sì, ritengo opportuno aprire/avere un profilo Facebook, per svariati motivi. Uno è che ti mette in rete con altri artisti e soprattutto con i fruitori d’arte, che vanno dal ragazzino al critico d’arte. In più funziona da sito/blog/messenger ecc. (AK)

Credo sia opportuno creare un profilo artistico su Facebook, in quanto i miei lavori si trasmettono e si manifestano grazie anche alla virilità dei social network e della rete. (Fra Biancoshock)

Per me è fondamentale per portare  a compimento i progetti, la maggior parte dei miei lavori richiede la partecipazione attiva del pubblico, senza la quale l’opera non vedrà mai la sua realizzazione. Posso dire oggi che l’account su Facebook è il mezzo più importante del mio lavoro, più della carta e dei pennarelli. (Gec Art)

Lo trovo opportuno da un punto di vista lavorativo, rende veloci le connessioni e gli aggiornamenti, però il tutto è talmente contaminato che provo una certa angoscia ogni volta che inserisco la password. (Guè)

Sì, lo uso per promuovermi senza eccedere nell´invadenza, per la facilità di rimanere in contatto, per trovare opportunità interessanti, per sparare cazzate, perché è divertente. (Ale Senso)

Può essere necessario, se l’intento è mantenere i contatti, anche distanti e per divulgare il lavoro fatto in strada. (Guerrilla SPAM)

Sì è molto utile da utilizzare come note a piè pagina del lavoro e inoltre a creare un contatto con il pubblico. (Collettivo FX)

Sì, semplicemente per avere maggiore visibilità e condivisione dei propri lavori. (Chekos)

Premetto che nell’arte non debbano esserci regole, né morali. Se trovo opportuno creare un account su Facebook? Per quali ragioni? No per 1000 ragioni. (Elfo)

image

  1. Trovi opportuno usare i servizi a pagamento di Facebook per pubblicizzare la propria pagina, arte, opera?

 

Ognuno gestisce come crede i siti o gli account che possiede, o crede di possedere. (Elfo)

Personalmente non l’ho mai fatto, lo considererei opportuno per pubblicizzare qualche prodotto d’autore, come una limited edition di t-shirt o roba simile. (Guè)

Non l´ho mai fatto, quindi non lo so; dovrebbe essere utile? (Ale Senso)

Mi trovi indifferente sul fatto del pagamento, premesso che io non lo uso e non penso lo farò, ma ognuno è libero di far quello che vuole. Non trovo molta differenza tra quelli che pagano i post e quelli che postano lo stesso post mille volte al giorno per fartelo vedere. (AK)

Noi non li utilizziamo, perché la nostra comunicazione è libera e gratuita. In strada “esponiamo” gratuitamente e così facciamo anche online. (Guerrilla SPAM)

Personalmente, al momento no. (Chekos)

Se uno vuole far conoscere il proprio lavoro così, può farlo. A noi questo pensiero non ci ha mai sfiorato. (Collettivo FX)

Mai pagato un centesimo per pubblicizzare la mia pagina, per ora non lo trovo opportuno. (108)

Trovo assolutamente fuori luogo pubblicizzare a pagamento il proprio lavoro su Facebook: questo tipo di pubblicità può essere utile per chi commercializza prodotti piuttosto che servizi, ma non di certo per chi crea arte. (Fra Biancoshock)

image

  1. Qual’è oggi il fine della tua creatività? La creazione fine a se stessa, fuori dal mondo dell’arte, o la creazione per volgere verso il mondo dell’arte (gallerie, mostre, commercio)?

 

Questa è una domanda complicatissima. Ci vorrebbero diversi libri e non arriveremmo a un dunque; ne hanno scritto anche molti filosofi (…mi viene in mente Schopenhauer). Per quanto mi riguarda non sono mai riuscito a vedere la mia arte oltre a quello che rappresenta per me, ossia soddisfare me stesso sia in ambito pubblico sia in galleria. Questo è sempre stato disastroso a livello commerciale, ma credo che alla fine dia i suoi frutti se la qualità è quello che cerchi. Credo ancora che l’arte vera sia quella pura fine a se stessa, tanti dei miei artisti preferiti sono outsiders, sciamani o vengono dall’arte primitiva… detto questo non faccio più molta distinzione tra arte fuori e dentro il mondo dell’arte, vedo se una cosa mi piace e basta. Il problema è anche che se l’arte è la cosa che ti piace di più, è un bisogno fondamentale com’è per me, nel mondo dell’arte ci finisci prima o poi e devi gestire la cosa al meglio. (108)

Entrambe le cose. Non ho un fine specifico inteso verso qualcosa a cui tendo, una meta. (Ale Senso)

L’importante oggi è aver chiara la propria strada, lavoro su progetti di coinvolgimento del pubblico che richiedono talvolta più di un anno di lavoro, i tempi sono molto dilatati. La cosa fondamentale è non perdere di vista il punto di arrivo, solo così si evita di cadere nei tranelli del mercato e delle aspettative del pubblico. La finalità di tutti i miei esperimenti è quello di far nascere delle sinergie tra chi produce e chi fruisce, cercando di avvicinare i ruoli tra l’artista è il pubblico, nel tentativo di farli quasi combaciare. Quando nei progetti vengono coinvolte persone lontane dal mondo dell’arte è sempre una vittoria. (Gec Art)

Lavoriamo in strada perché non ci interessa il sistema ufficiale dell’arte. Ognuno utilizza la sua creatività per scopi diversi; noi la usiamo per comunicare in spazi pubblici per un fine collettivo. Non ci interessa entrare in dinamiche esterne a questo rapporto. (Guerrilla SPAM)

Il fine è quello di dare qualcosa al contesto in cui interveniamo o addirittura tentare di modificarlo. Se la galleria ha lo stesso fine, che ben venga. Ma di gallerie che lavorano con questo fine, ce n’è sono? (Collettivo FX)

Il fine della mia creatività è innanzitutto quello di fungere da valvola di sfogo, di riuscire a scaricare tutte le tensioni personali/paranoie attraverso l’attuazione delle mie idee. Poco importa al momento se questo porterà a far diventare questo un lavoro piuttosto che rimanere un semplice e personale mezzo di comunicazione. (Fra Biancoshock)

La mia creatività è fine a se stessa ma non esclusa dal mondo dell’arte, sperando di non esser risucchiato dal circolo vizioso dell’arte. Uno dei motivi per cui faccio “street art” è proprio per esser libero di eseguire e fare quello che voglio, facendo parlare i muri per me e non un gallerista. (AK)

Il fine rimane sempre la ricerca e gli sviluppi di qualcosa che ti affascina e ti alimenta, mi piace la storia dell’arte, seguo l’arte contemporanea, non rifiuto le istituzioni artistiche. (Guè)

 image

  1. Trovi opportuno esporre e vendere, usando i canali convenzionali dell’arte?

 

Se serve per finanziare un progetto in strada che ben venga. Se si va in strada per fare uno spot ai propri quadri in galleria, troviamo fuori luogo definirla street art. (Collettivo FX)

Per noi non lo è, dato che non vendiamo opere, ma semplicemente le creiamo per una fruizione pubblica, prima della loro inevitabile distruzione. (Guerrilla SPAM)

No, credo che sia importante riuscire a costruire il proprio canale, da dove provenga non importa; nel mio caso che ci sia dell’etica e del rispetto verso l’artista. (Chekos)

Lo trovo opportuno se il canale che incontri, con cui decidi di collaborare crede nel tuo lavoro e nel tuo percorso. (Guè)

Si! Non essendo ricco, la crisi mi ha aiutato a fare la mia scelta: non voglio lavorare in fabbrica o in ufficio tutta la settimana e lasciare l’arte ferma a un felice periodo della mia vita e rendermene conto quando avrò 70 anni, se va bene. L’unico modo per sfuggire a questa cosa è cercare di vendere i miei lavori. Chi dice che campa vendendo i suoi pezzi in altro modo generalmente è un ipocrita che se lo può permettere; parlo per esperienza. (108)

Trovo opportuno vendere le proprie opere, per poter finanziare i propri progetti personali o finanziar la propria vita, purché non si perda la propria coerenza artistica. (AK)

Se necessario per vivere (come giocare a una lotteria, solo che i soldi non vanno allo stato). (Elfo)

Si può funzionare, anche se ci sono tante altre possibilità; alcune te le puoi addirittura creare. (Ale Senso)

image

  1. La solidarietà verso gli altri movimenti artistici o verso i tuoi stessi colleghi, è ancora presente in maniera preponderante tanto da considerare scorretto ogni furto/sfregio di un’opera altrui?

 

Discorso troppo complicato e lungo; se fai parte di un movimento devi accettare lavori simili ai tuoi, poi esistono capo-lavori ed elementi; o trascinanti o caposcuola. (Elfo)

La collaborazione è una caratterista del mondo street. Sfregio, furto o altro non fa parte di questo mondo. (Collettivo FX)

Assolutamente sì. (Ale Senso)

Il rispetto verso gli altri è essenziale. (Guè)

Non credo d’esser mai stato derubato o sfregiato. Quanto ai rapporti con gli artisti, c’è sempre un po’ d’invidia. Molti si sentono così grandi da non rispondere a un invito o a una richiesta; questo mi dispiace e personalmente credo che siano persone povere d’animo, per non dire altro. (Chekos)

Assolutamente, non mi permetterò mai di sfiorare l’opera di un altro, non l’ho mai fatto come writer e non lo farò adesso. Per me l’opera d’arte sincera è sacra e non la toccherò mai. Conosco alcuni che comprano vecchi quadri senza valore ai mercatini da usare come fondi per i loro lavori; io non potrei mai, anche questi lavori decaduti e “tecnicamente mediocri” (chi sono io per giudicare l’arte di un altro?) sono degni di rispetto e non riesco a toccarli. Per questo magari uso le stampe d’arte… (108)

Il rispetto per le opere altrui è secondo me a priori, indipendente dal fatto che sia un amico, un collega o uno sconosciuto visto per caso su un catalogo piuttosto che sul web. (Fra Biancoshock)

Si, è importante. Nella scena urbana c’è solidarietà verso ogni artista che opera in strada, di solito. (Guerrilla SPAM)

 image

  1. È opportuno rilasciare interviste ai media generalisti, come quotidiani o portali news?

 

Perché no? (108)

E’ opportuno, anche se il risultato spesso mi ha delusa, quindi non so in futuro. (Ale Senso)

Personalmente non mi piace, e fuggo da questo genere di richiesta. (Guè)

Non ho idea se sia opportuno rilasciare interviste ai media. Sicuramente può aiutare in termini di visibilità ed è un’ottima occasione per diffondere il proprio pensiero. Le volte che mi è capitato di rilasciare interviste ho valutato bene il target del media ed il target del pubblico del media. Secondo me poi è utile utilizzare l’intervista per spiegare bene che cosa stiamo facendo e quale può essere la nostra direzione; spesso i media scrivono in merito ad arte urbana, graffiti o quant’altro senza interpellare i protagonisti: lì si creano i classici articoli in cui lo street artist è quello che fa il tag, piuttosto che il graffitaro che deturpa i monumenti storici e blablabla. In questo caso un artista urbano che rilascia una sua opinione in merito, che aiuta il pubblico medio a capire che cosa stiamo facendo, può sicuramente essere utile a far un po’ di chiarezza. (Fra Biancoshock)

No, rifiutare! Categorico! L’artista deve tornare autonomo e indipendente. (Elfo)

Se ci sono cose da chiarire e raccontare sul proprio lavoro allora sì. Se l’intervista è per esaltare il personaggio, è inutile. (Collettivo FX)

Chiunque voglia parlare del nostro lavoro è libero di farlo. Non neghiamo interviste a nessuno, basta che il nostro pensiero non venga stravolto. (Guerrilla SPAM)

Sicuramente quello che si fa non si lo fa solo per noi stessi altrimenti non avrebbe senso; credo quindi che sia giusto mostrarsi per quello che si è. (Chekos)

Si, se servono per far “informazione”. Altrimenti è superfluo. (AK)

 image

  1. Qual’è il nemico comune (se c’è) da abbattere oggi?

 

La società delle capre. (Elfo)

L’unico nemico è l’immobilismo che si è creato negli ultimi per paura di scommettere su nuove realtà. (Fra Biancoshock)

Mi sforzo di non individuare nemici, non ritengo sia lo spirito giusto, piuttosto cerco di trovare soluzioni possibili, che non è mai semplice. (Ale Senso)

Da abbattere nessuno. Ci sono i sostenitori della ragione delle regole che si scordano che le mafie hanno cementificato mezza Italia con le regole. (Collettivo FX)

Ce n’è sono tantissimi e in ogni posto, ma la verità è che il nemico è l’ignoranza che c’è ovunque. La conoscenza sarebbe la cosa più giusta. Purtroppo ai “governanti” generalmente conviene che la gente non pensi e soprattutto, alla gente non piace pensare o documentarsi quindi il mondo va così. L’Italia ne è un esempio perfetto. (108)

Le persone che vedendo la street art portare visibilità distruggono con i loro intenti la vera street art. Forse dovremmo iniziare a chiamarla “Arredo urbano”; non street artist ma accademici dell’arredo urbano. È facile definirsi street artist quando non si è mai rischiato o non si è mai provata l’ebbrezza dell’illegalità. (Chekos)

Non esiste un nemico comune. Anche noi che lavoriamo spesso “contro” (le opinioni di massa, le strumentalizzazioni mediatiche, oggetti-simbolo come la televisione, l’alienazione dell’uomo medio, il mercato dell’arte), crediamo che non esista un modo di pensare da abbattere e rimuovere, ma è necessario invece, creare dell’altro, un’alternativa al sistema esistente; questo nell’arte come nella vista sociale. (Guerrilla SPAM)

Il nemico comune da combattere è come sempre l’ignoranza… in questo caso è quell’ignoranza che mette tutto allo stesso livello: writing, graffiti, post graffiti, stencil, poster, muralisti e opere illegali con opere da festival. Ognuna di queste cose ha un valore, quello che ne ha meno a parer mio è l’opera del festival. (AK)

La chiusura mentale. (Guè)

 image

  1. Ritieni corretto operare secondo i desideri di un committente?

 

Ci sono lavori e lavori, dipende come si vuole lavorare. (Chekos)

Se mi sta simpatico. (Elfo)

Bisogna trovare un buon equilibrio tra la visione del committente e la propria creatività; non ridursi ad uno strumento di lavoro, ma mantenersi fedeli alla propria ricerca e cercare di accontentare le esigenze della committenza senza snaturarsi. (Guè)

Dipende se i desideri del committente coincidono con la situazione in cui interveniamo e, in secondo luogo, anche con i nostri desideri. (Collettivo FX)

Sì, se il desiderio del committente corrisponde a ciò che faccio. Ma diciamo che ci sono anche committenze noiose e stimolanti. Partecipo volentieri alle seconde. (Ale Senso)

No! Ovviamente, se il committente mi stabilisce delle misure io posso lavorarci su, ma io sono l’artista: se il committente vuole il mio lavoro deve capirlo, non sono un geometra (in realtà sì, come diploma… hahaha), oppure non se ne fa niente. Talvolta capitano i malintesi e succedono i casini; il committente rischia d’avere un lavoro mediocre, non d’arte. (108)

Di base noi lavoriamo in completa autonomia e non attraverso committenze. Tuttavia, se il committente è lungimirante e condivide il nostro pensiero, si può lavorare insieme. (Guerrilla SPAM)

Non lavoro su indicazioni di un committente. Ovvio che se i desideri si limitano alle dimensioni o al supporto e il resto coincide con i miei standard, il problema non sussiste. Committente intenso come acquirente. (AK)

image

  1. Ti senti di indagare e verificare l’eticità e la provenienza dei soldi di un potenziale committente?

 

Anche questo è un grave problema. Se sei uno che pensa troppo, come sempre ti complichi la vita. Al momento, essendo oggi la pittura il mio lavoro, ho cercato di regolare un po’ la cosa. Chi vuole comprare una mia tela ad esempio, di solito passa attraverso i miei galleristi e io non sono più parte della trattativa. D’altronde se io vendessi pane, non potrei chiedere a ogni cliente cosa fa nella vita. Questo cambia radicalmente se si tratta di commissioni. Ho detto di no a moltissimi lavori, per esempio Nike, Converse ecc… perché non condividevo il loro modo di intendere una collaborazione artistica, rifiutando anche un po’ di soldi. Anche lì ci sono diversi gradi per decidere: generalmente preferirei non lavorare per multinazionali (per fortuna l’ho sempre scampata), ma per farti capire faccio due esempi di fantasia. 1) Una nota marca di abbigliamento arriva e mi chiede una grafica per una maglietta, vediamo come viene fuori (specialmente l’invadenza del logo ecc…) e io posso anche accettare. 2) Un’azienda che lavora con la carne o con l’allevamento e mi chiede un lavoro come voglio io, con tutti i mezzi necessari e con un grande budget: io rifiuterò sempre, perché sono contro lo sfruttamento degli animali non umani, non mangio carne da 20 anni e… che senso avrebbe tutto questo se poi scendessi a patti con il nemico? (108)

Chiaro che si; spero che non accadrà mai di trovare un committente che guadagna soldi in maniera sporca. In tal caso gli direi di attaccarsi… (AK)

Se lavori con persone che conosci e di cui ti fidi, non esiste questo problema. (Guerrilla SPAM)

Hahhahhahaaha (Elfo)

Mi preoccupa di più dover rincorrere i pagamenti. (Guè)

Certamente no, non fa parte di me indagare, ma sicuramente l’etica è importante per una rispetto reciproco. (Chekos)

Sì, anche se i soldi non sono mai etici. (Ale Senso)

Sì. (Collettivo FX)

 image

  1. Ti trovi favorevole a partecipare a iniziative comunali/istituzionali?

 

Quando sono cose serie fatte da gente preparata anche si, ma purtroppo oggi tutti sono diventati street artist, galleristi e sanno fare tutto loro senza mai pensare che l’impreparazione porta solo a brutte cose, soldi, visibilità e zero contenuti. Basterebbe poco per non fare accadere questo, semplicemente chiamando chi è veramente del settore. (Chekos)

Dipende, sono sempre un po’ diffidente dalle iniziative istituzionali con doppi fini politici, mi piace partecipare in contesti organizzati e gestiti da persone che credono nel lavoro degli artisti. (Guè)

Se le iniziative sono interessanti o hanno uno scopo benefico/sociale mi sembra carino partecipare e lasciare un personale contributo. (Fra Biancoshock)

Sì, anzi c’è ne fossero di più. Appartengo a una generazione di street artist (sono nata come writer nel 96) che è andata di persona a bussare alle porte delle istituzioni e agli enti comunali per chiedere spazi, e che li ha creati anche per le generazioni future, che ne stanno anche ora beneficiando. (Ale Senso)

Dipende. Nelle iniziative istituzionali si trova sia il peggio ma a volte, anche il meglio. (Collettivo FX)

Diciamo di no, non mi è mai successo e in questo momento spero che non accada, poi se in futuro ci saranno dei cambiamenti di mentalità o una loro crescita aprendo le visuali, allora si può pensare di provare a capire se c’è la possibilità di dialogare. Ma per adesso c’è ancora un abisso tra quello che faccio/penso con quello che son loro. (AK)

Sì, il problema è la non professionalità di questo tipo d’iniziative, ma tutto quello che si può fare in ambito pubblico sociale può essere interessante e utile in partenza. (108)

Noi di solito non partecipiamo a iniziative istituzionali. Se ci piace un posto lavoriamo autonomamente e, ovviamente, in modo non autorizzato. (Guerrilla SPAM)

 image

  1. Trovi opportuno fare arte per fare news, avvertendo repentinamente i media di una tua nuova creazione?

 

Fare arte per fare notizia non è fare arte, è fare commercio. L’arte fa notizia da sola quando l’esperienza creata si rivela d’impatto emotivo nelle persone: allora in quel momento il lavoro diventa virale ed è giusto che sia condiviso. (Fra Biancoshock)

Non faccio arte per far news, ma ci tengo a pubblicare i miei lavori con un ordine cronologico ben preciso per dare una idea chiara del mio percorso. Anche se non ce l’ha… perché le carico in rete solo qualche giorno dopo averle realizzate. Il mio Tumblr/flickr è come se fosse un diario per me, se è cronologicamente giusto è meglio. (AK)

Non faccio arte per fare news e non mi interessa nemmeno avere dei media da avvisare repentinamente. Credo che siano i media a voler essere repentini e a ingozzarsi di news. (Ale Senso)

Non per forza. Se un artista lavora bene, non ha bisogno di tutto ciò. (Chekos)

Normalmente no. Quando è necessario che il progetto sia visibile anche attraverso i media, allora ci occupiamo di informarli e di far uscire notizie. (Guerrilla SPAM)

Se si tratta di approfondire, sì. (Collettivo FX)

Trovo opportuno continuare a lavorare, se tra gli ultimi lavori, c’è qualcosa che mi piace particolarmente e voglio condividerla, faccio news. (Guè)

Sì, a mio modo, secondo i criteri di cui ho già parlato. (108)

 image

  1. Quale motivazione dai per non utilizzare mai il tuo cognome e perché non lo faresti?

 

Perché il personaggio-artista non deve apparire mentre devono essere assolute protagoniste le operazioni che realizziamo. (Collettivo FX)

Perché le cose che faccio son quasi tutte illegali. (AK)

Per me non è proprio così. Uso questo pseudonimo perché è quello con cui sono cresciuto e con cui sono conosciuto. In oltre rappresenta ancora oggi perfettamente il mio lavoro. Tuttavia il mio vero nome esce spesso, come su Wikipedia. (108)

Perché il mio nome d’arte nasce come Chekos; è un acronimo del mio essere, rappresenta me stesso e poi chi potrà mai saperlo? (Chekos)

Utilizziamo lo pseudonimo “spam” perché non ci interessa apparire come singoli individui, come un artista o comunque come una persona definita. Il nostro anonimato toglie l’attenzione su di noi e lo sposta sul nostro messaggio; il discorso dell’anonimato per preservarsi da rischi legali è pur sempre vero, ma il nostro motivo principale è che la gente si deve interessare a ciò che facciamo e non a noi. (Guerrilla SPAM)

Personalmente uso solo il mio nome. Non rivelo la mia vera identità per depotenziare in maniera assoluta il ruolo dell’artista: quello che conta è l’esperienza che si crea, non chi l’ha creata. (Fra Biancoshock)

Non sono un fanatico dell’anonimato a tutti i costi, a volte mi pare pure un po’ ridicolo, preferisco non firmare con nome e cognome solo per motivi legali legati a lavori del passato e perché il mio cognome è troppo cuneese :) (Gec Art)

Non è un mio problema; se partecipo a dei concorsi o altro do tranquillamente il mio cognome se richiesto, ma chiedo se possibile di utilizzare il mio nome d´arte perché è quello con cui tengo a presentarmi. (Ale Senso)

Hahahhaha (Elfo)

 image

  1. Ritieni che sia opportuno produrre arte con contenuto socio-politico?

 

Pasolini diceva che quando “un artista apre bocca, allora è per forza impegnato”. Noi semplicemente apriamo bocca. (Guerrilla SPAM)

No! Voglio dire: il fatto di fare un certo tipo di lavoro (lavorare in ambito pubblico) è già un messaggio ben chiaro. Questo tipo di lavoro fa pensare le persone in maniera più creativa e più interessante. Chi vuole approfondire (di politica) può farlo con me come persona. I messaggi e gli slogan troppo diretti nell’arte non mi sono mai piaciuti; credo siano adatti a un pubblico ignorante e superficiale, che sia di destra o di sinistra. Gli slogan li vedo vicini ai regimi e non fanno di certo pensare la gente. L’arte non dovrebbe avere nulla a che fare con questo. (108)

Nel mio caso non ho mai prodotto niente che abbia un contenuto socio-politico, credo sia importante per chi incentra la propria produzione sulla critica sociale, sulla denuncia, sulla rivolta. (Guè)

Sì. (AK)

Se servisse per cambiare qualcosa, per continuare un dialogo… credo di sì. Comunque, anche se non è sempre possibile, bisognerebbe quantomeno vagliare i possibili effetti collaterali. Questi sono impegni di grosse responsabilità. (Ale Senso)

Opportuno no, ognuno fa come preferisce. Da sempre ho cercato di raccontare la nostra epoca, vivendo in un periodo molto movimentato per forza di cose si trattano temi di tipo socio-politico. Fossi nato 100 anni fà forse avrei dipinto campi di grano. In questo momento storico l’arte è forse il metodo di lotta più intelligente. (Gec Art)

L’arte contemporanea e urbana per come la vedo io deve avere un contenuto sociale, in quanto è necessario che rappresenti e parli della società in cui si manifesta. L’aspetto politico per me non è assolutamente di rilevanza. (Fra Biancoshock)

Si, attualmente doveroso. Utopicamente l’arte dovrebbe distaccarsi dalla politica: è come tagliare male una bistecca, s’indurisce. (Elfo)

Personalmente sì. I miei personaggi sono sempre legati al socio-politico, perché ho sempre visto la strada come un’opportunità per dire la propria e perché ho sempre pensato che la strada, essendo vita, possa dare degli input di vita. (Chekos)

Fondamentale! Ma se è possibile andare oltre il contenuto: provocare più che contenere. (Collettivo FX)

 image

  1. Ritieni che sia opportuno produrre arte con contenuto socio-politico per fare breccia su nuovi audience e attirare l’appoggio di categorie specifiche (partiti, comitati, associazioni)?

 

No! Come sopra. (108)

No. (AK)

No, non è il nostro obiettivo. (Guerrilla SPAM)

No, personalmente credo che sostenere modi di pensare (socio-politico) non voglia dire far parte di un partito. (Chekos)

Battiato in una sua canzone risponde bene a questa domanda. (Elfo)

Succede il contrario: la propria produzione attira l´interesse di categorie specifiche. (Ale Senso)

Il contenuto socio politico è fondamentale perché un muro che vedono centinaia di persone è un intervento socio-politico. Il resto, se ha lo stesso obiettivo socio politico ben venga; se necessita solo di show non ci interessa. (Collettivo FX)

 image

  1. È oggi di qualche valore per te mantenere discrezione, anonimato e distanza dal pubblico?

 

Sì, come già detto prima le cose che realizzo son illegali, quindi per me l’anonimato è importante e poi non mi interessa far la star. (AK)

Lo ritengo normale; poi ognuno fa come crede. (Ale Senso)

In parte sì, non amo troppo che la mia faccia sia ovunque; preferisco che la gente parli dei miei lavori. Odio fare la “rockstar”. Detto questo, nascondere la mia faccia e il mio nome a prescindere, dopo anni che non si fa niente d’illegale è solo un modo per farsi pubblicità e darsi un tono… veramente triste. (108)

Sono un tipo molto riservato, non mi piace la propaganda di me stesso in quanto “personaggio artistico”, preferisco che il pubblico sia incuriosito da quello che vede, non da chi ci sta dietro. (Guè)

Anonimato del personaggio per dare spazio solo all’intervento. Distanza dal pubblico? Tutt’altro: gli interventi in street sono vicini al pubblico. Inoltre con i social si può avere un dialogo anche con chi non ha una faccia o un bel vestito, ma delle idee e degli obiettivi. (Collettivo FX)

Lavorando con il sociale, amo stare con la gente, magari distante da chi vuole speculare per i propri interessi. (Chekos)

Non cerchiamo distanza dal pubblico, anzi scegliamo di lavorare nei luoghi del pubblico, come la strada. (Guerrilla SPAM)

Dipende dal pubblico. (Elfo)

image

  1. Hai mai posto confini al tuo fine, o per raggiungere il tuo fine potresti prevedere “vittime collaterali”, quali imbrattare un monumento, una chiesa, un edificio storico, segare degli alberi, maltrattare una persona o un animale?

 

Ho risposto già, affermando l’indipendenza da qualsiasi morale. (Elfo)

Ho visto fare già queste cose. Ricordo che a Berlino vidi un albero tagliato completamente per dare visibilità a un murales, per conto di un grosso nome della street art; questo non mi piace e non va bene con i miei principi etici. (Chekos)

Nulla di tutto ciò, sto molto attento al contesto che deve accogliere l’intervento. (Guè)

Il fine non dovrebbe essere un’arma, per fare vittime. Un falegname sega gli alberi per fare i

mobili così come viene prodotta altrettanta carta. Vengono erette chiese e luoghi sacri ovunque, anche senza rispettare le cultura locali. Persone e animali vengono maltrattate tutti i giorni. Il mio fine non è quello dello scontro per creare vittime. Sono vegetariana, per un’ottica di riciclo e di scambio. (Ale Senso)

Non ho mai posto confini al mio fine ma ho sempre utilizzato l’educazione e il rispetto verso gli spazi in cui ho lavorato. Cerco sempre di abbellirli o di migliorare il loro aspetto cercando di integrarmi il più possibile… nient’altro di quello che hai chiesto è stato fatto. (AK)

Il nostro lavoro, di base, è sempre molto effimero e non invasivo. Non ci poniamo limiti a priori. Adesso lavoriamo con poster di carta su edifici, solitamente non d’interesse storico, ma in futuro potremo pure ritrovarci a fare tag sul duomo di Firenze, se un progetto ben pensato lo richiedesse. Non credo lo faremo mai, ma tutto è possibile, non abbiamo limiti o confini da rispettare. (Guerrilla SPAM)

Ho posto pochi limiti al mio fine: la salute delle persone e degli animali, la loro sicurezza e il loro rispetto. Me escluso. (Fra Biancoshock)

Sono un artista e per me l’arte è una cosa sacra, è una delle poche cose spirituali rimaste in occidente. Quindi nel mio piccolo ho delle responsabilità. Posso dipingere, fare sculture o musica senza dover rovinare monumenti o uccidere essere viventi. Vorrei fare solo una piccola eccezione a quello che ho detto: tagliare a metà Damien Hirst e metterlo in una teca di vetro potrebbe essere molto interessante nel complesso; vorrei avere la possibilità di farlo. (108)

Ma che domanda di merda è questa? (Collettivo FX)

 image

  1. Mi puoi descrivere a tuo modo di vedere, il termine “plagio”? E il termine “ispirazione”?

Io vedo sempre due dimensioni nell’analisi di un lavoro: l’idea/messaggio/filone di pensiero e la realizzazione tecnica, ovvero l’effetto visivo. È normale che in questo periodo di bombardamento di immagini, anche agli artisti rimangano in testa immagini di altri artisti. Quando in un lavoro questo due dimensioni sono identiche a quelle di un altro lavoro, allora per me, è plagio. Se invece sono simili, piuttosto che in un lavoro sia presente solo una delle due dimensioni (riferite al paragone con un altro lavoro antecedente di un altro artista) allora secondo me può essere ispirazione. Un rimedio del plagio? Dichiararlo come volutamente ricercato. (Fra Biancoshock)

Il plagio è la copia esatta di un lavoro. L’ispirazione è percepire l’influenza di qualcosa e creare dell’altro; meccanismo molto utile e produttivo. (Guerrilla SPAM)

Beh, mi trovo spesso e volentieri a riflettere sulla somiglianza di alcune opere di artisti diversi. Plagio: “L’appropriazione, totale o parziale, di un’opera o dell’ingegno altrui”. Ispirazione? Sono quei momenti in cui noti un particolare di una cosa o senti un rumore, o pensi ad un ricordo anche recente, che ti innescano la fantasia e la creatività. (AK)

Il Plagio è inteso come rubare qualcosa e farsela sua. Non è di mio auspicio. Il termine ispirazione proviene da uno stato personale molto più profondo, alla ricerca di qualcosa di nuovo. (Chekos)

L’ispirazione la puoi raggiungere sfogliando un libro, documentandosi sul web, guardare il lavoro di un altro artista. Farsi influenzare è fondamentale, l’importante è saper filtrare il tutto con la propria visione e il proprio carattere, altrimenti sei solamente un ladro che si fa strada sulle fatiche degli altri e oltre a non percepirne la reale essenza, sei destinato ad essere sgamato. (Guè)

Plagio: se ti fottono un’idea significa che era buona. Ispirazione: alzarsi la mattina e farsi un bel culo per capire cosa succede e come si può intervenire con della vernice. (Collettivo FX)

Ispirazione: atteggiamento d´animo creativo che può essere buono o cattivo. Buono quando ti porta ad ulteriori sviluppi del tuo percorso, cattivo quando ti porta a blocchi e costipazioni, che possono essere di lunghi o di media durata. Una supposta 2 o 3 volte al giorno dovrebbe risolvere il problema. Se il problema persiste contattare il gallerista. Plagio: copia spudorata senza i crediti. (Ale Senso)

Guarda è molto semplice: io sono ispirato da 200,000 artisti, forme naturali e altre cose. Tutto questo finisce nella mia mente ed esce con il mio inconscio. A volte guardare l’arte di altri ha risolto vari problemi che mi facevo da anni. Mi è capitato di vedere alcuni miei pezzi dopo e dire: “cazzo è identico al lavoro di…”. A quel punto di solito mi vengono sensi di colpa e cambio tutto. Mi è capitato di cambiare un tipo di lavoro quando qualcuno mi ha copiato. Invece di arrabbiarmi, penso che abbia fatto bene il mio lavoro ed è ora di cambiare. Ovviamente c’è una parte di me che è frustrata per questo, ma cerco di trovare una soluzione. Il fatto che ci sia gente che vive copiando gli altri, cercando di nasconderlo, mi rattrista molto; di solito sono gli stessi che accusano tutti di copiare il loro lavoro. Ma come dico sempre, la merda si trova ovunque e nel mondo esistono problemi molto peggiori. (108)

 image

  1. È per te di fondamentale importanza lo studio o la documentazione o pur di non farti influenzare, eviti di fare verifiche e approfondimenti?

Mi piace molto aggiornarmi su quello che succede nel pianeta, in particolare seguo un filone di artisti che considero molto vicini alla mia visione personale, e questo lo faccio non per rubare ma per avere delle conferme che aiutano e stimolano il mio lavoro. (Guè)

È importante la conoscenza in genere, ma tendenzialmente cerco di costruire il mio percorso artistico senza farmi influenzare da nessuno. (Chekos)

Sono vere tutte e due le cose. Io per passione m’informo tantissimo, non per i miei lavori, ma per interesse… poi tutto finisce nel mio lavoro. Non so più dove mettere i libri, ne compro (di solito usati) molti di più di quanto possa leggerne. Stessa cosa con film, dischi, oggetti strani. Adesso con internet è un disastro. Quando dipingo, di solito, oltre ad ascoltare musica ascolto documentari. Poi per lunghi periodi cerco di non vedere mostre per esempio, perché capisco che in quel momento sono troppo influenzato da qualche cosa. Ma non potrei mai evitare di approfondire i miei interessi… direi che la parte di approfondimento e di elaborazione è la cosa principale per creare arte, altrimenti saremmo degli artigiani, non artisti. (108)

Bella domanda. Meglio sapere che non sapere; fa parte di una ricchezza personale che si chiama cultura. (Elfo)

Studio e documentazione sono importanti: essere curiosi, attivi, attenti. (Ale Senso)

E’ giusto documentarsi, ma fino ad un certo punto. Personalmente “studio” molto il contemporaneo e ciò che fanno tutti i miei colleghi in questi ultimi 10 anni. Perchè secondo me è importante evitare il rischio di lavorare in maniera troppo simile ad altri colleghi contemporanei. Credo che d’inventato ci sia davvero poco, conta molto di più dare vita a qualcosa che abbia una sua identità, che trasmetta un messaggio a tutti, che utilizzi diversi media. Avendo queste caratteristiche, è facile che capiti di “toccare” temi-tecniche-concept di qualche altra corrente artistica, anche passata. L’arte concettuale ha già visitato molti aspetti che stiamo visitando noi oggi. (Fra Biancoshock)

È necessario e anche bello farsi influenzare, purché si abbiano dei maestri e dei modelli validi. (Guerrilla SPAM)

Lo studio per me è fondamentale, ma il mio studio e le mie informazioni le trovo nei campi al di fuori dell’arte, sul lavoro, nella vita quotidiana, nelle nuove conoscenze. Attingo da lì le mie informazioni per trasformarle in creatività. Ho studiato la storia dell’arte e tutt’ora approfondisco quando mi trovo ad attraversare dei momenti di ricerca; io lavoro e dopo un certo periodo mi confronto con il passato per non ripetere cose e concetti già realizzati. Seguo la scena street art per passione, anche se a volte ne son nauseato e in automatico controllo che alcune mie idee parcheggiate nel cervello non siano già state fatte. Tutto è una reinterpretazione di quello che è già successo anche solo inconsciamente. (AK)

 image

  1. Quanto fai arte oggi per il tuo pubblico, per la tua maschera e quanto la fai ancora per te stesso?

 

Come dicevo, non è una scelta o una presa di posizione: per me fare arte è importante come mangiare e quindi lo faccio per me, non ci penso nemmeno alla cosa. “Maschera” è un nome brutto e cerco di essere coerente con il mio percorso; a volte però mi piacerebbe per esempio inserire qualche cosa di figurativo nel mio lavoro ma credo non sia giusto (al momento). Devo dire che mi sto impegnando a cambiare un po’, comunque. (108)

Io la vedo un po’ come una moneta: ha la sua ragione d´essere perché ha due facce. (Ale Senso)

60% per Francesco, 40% per il pubblico, intese come tutte le persone comuni, come me. (Fra Biancoshock)

Noi lavoriamo per il pubblico. Dato che è una cosa che ci piace fare, lavoriamo anche per noi stessi. (Guerrilla SPAM)

Faccio e basta. (Elfo)

Totalmente e in primis per me stesso; è vero che pubblicandoli sul web son per il pubblico ma dal vivo i miei lavori, nella maggior parte dei casi, li vediamo io, chi è con me nel momento e chi vive questi posti abbandonati. Quelli che realizzo in strada son per me e per tutti che ne vengono attirati e soprattutto per la città. (AK)

Cerco sempre di soddisfare un po’ tutte le cose; a volte il peso va verso una parte, a volte verso l’altra; escludendo la maschera. (Chekos)

Per i luoghi dove interveniamo e quindi per noi stessi che ci viviamo. (Collettivo FX)

Cerco di accontentare un bisogno personale, il pubblico rimane un forte sostegno, che mi aiuta a non mollare. (Guè)

 image

  1. In cosa differisci rispetto a un artista convenzionale, come uno scultore o un pittore?

La distinzione tra artista convenzionale e street artist non ha alcun senso, non c’è nessuna differenza fra me è un artista “convenzionale”, se non per il fatto che una parte dei miei lavori viene collocata su spazi pubblici senza autorizzazione. (Gec Art)

Se posso essere sincero: in niente! Io sono principalmente un pittore, ho fatto anche diverse sculture, musica, video, come esperimenti. Posso dipingere su tela, muro o carta, ho le mie particolarità, ma le differenze di solito le vedono quelle che stanno fuori, che hanno per forza bisogno di dare delle etichette. (108)

In niente. (Elfo)

Per me non esiste l’arte convenzionale, esiste l’arte autentica e l’arte falsa, distinguerei solo un lavoro fatto bene da uno fatto male. (Guè)

Facciamo interventi e non opere. (Collettivo FX)

Vedo più le cose che ci accomunano. Oggi più che mai gli artisti hanno bisogno di affetto. (Ale Senso)

La strada prima di tutto, non amo la classicità dell’arte; per questo produco poche opere pittoriche o classiche, direi. (Chekos)

L’unica cosa che ci differenzia è lo spazio dove lavoriamo. La strada è totalmente differente dalla galleria o dal museo. Qui è tutto imprevedibile; nello spazio museale invece vige la prevedibilità, anzi c’è la certezza dogmatica di trovare cose “elette” e l’artista tradizionale vuole creare cose “elette” per luoghi “eletti”. Noi creiamo cose senza definizione che il pubblico ha il compito di definire. (Guerrilla SPAM)

Nell’ossessione di mettere un messaggio in ogni mio intervento e che quell’intervento possa vivere e manifestarsi principalmente in un contesto urbano, altrimenti perde molto del suo potenziale comunicativo. (Fra Biancoshock)

Non so, nessuna; facciamo tutti arte. Se inteso come un lavoro, allora la differenza è che il mio non è un lavoro, perché non ci guadagno niente, e ho la fortuna/sfortuna di averne uno vero che mi dà la possibilità di mangiare e di fare arte; invece in un discorso tecnico ogni artista e ovviamente differente. (AK)

Conclusioni.

Nella mia duplice veste d’artista e divulgatore, tra pratica e teoria (cercando di rimanere esente da conflitti d’interesse), ho voluto che amici e colleghi potessero dire la loro su alcuni quesiti cardine del loro lavoro. Non è un modo per togliersi alcun sassolino dalla scarpa ma piuttosto, un modo per cercare di capire se e quali analogie ci uniscono, e perché. Dalle risposte date, senza sorpresa, si evince che vi sono ben poche analogie e tratti in comune; suppongo perché gli artisti differiscono per temi, cultura e intenti, al contrario di chi li immagina figli dello stesso mondo, movimento. Il sentimento è misto, a dimostrazione che la strada non è tanto un genere ma quanto un luogo fisico. Mi stupisce da artista e da lettore che, ancora oggi nel 2014, si possa parlare di “street art” come unico “movimento”, includendo tutto e proprio tutto, senza rendersi conto che in strada ci sono effettivamente tutte le facce delle arti, e non solo: post graffitisti, pittori, decoratori comunali, artisti istallatori, performer, astrattisti, informali, figurativi, comunicatori, sabotatori, concettuali, effimeri, poeti, writer, artisti figurativi dello spray… e chi più ne ha più ne metta. Se poi includiamo chi, per protesta e per goliardia si manifesta pure in strada, capiamo che non è tutta arte quella in cui ci imbattiamo, perché affinché sia arte, serve l’artista, ancor prima del tifoso, del disoccupato, del cittadino indignato, del creativo generico o del ragazzino con bomboletta e adesivo. Questo rimane a mio avviso un parametro fondamentale per non includere tutto sotto l’ombrello della street art, perché se la street art è tutto, la street art allora è niente.

Emerge che Facebook non è uno strumento disdegnato, anzi; gli street artist sanno bene i perché della comunicazione. Il mio parere su questi social è come per la televisione: non è lo strumento-contenitore il problema, ma piuttosto l’uso che se ne fa.

Lo street artist fa tesoro dei nuovi media: se è vero che la street art ha profonde radici nel XX secolo, è solo nel ventunesimo che si avvantaggia dei preziosi contributi di graffiti e nuove tecnologie, quali internet. Con queste due influenze è emersa la street art che oggi conosciamo. Internet è quindi cruciale, non solo alla divulgazione, ma proprio alla fruizione ed espletazione dell’opera stessa.

L’arte è filosofia e pensiero, divulgabile sì, ma non un prodotto pubblicizzabile: ecco perché gli artisti sentiti non considerano di pagare per pubblicizzare la propria “produzione”. Questi non sono venditori, non hanno un esercizio e taluni non vendono proprio niente. Anzi, al contrario, si manifestano così per operare senza grossi budget ed evitare la pubblicità-promozione, perché la pubblicità è implicita nella riappropriazione dello spazio pubblico. In strada troverai artisti che non si sentono di differire in nulla dagli altri artisti, altri invece fanno dovute distinzioni. C’è colui il quale ha un fine, ed è comunque fare arte; c’è colui (o coloro) che lo fa come fenomeno sociale e persuasivo sulle masse. Questa distinzione segna una divisione tra chi è pro e chi è contro. Chi venderebbe in galleria domani, chi mai, o chi solo e secondo le proprie modalità. Quelli che “sono in strada per non essere in galleria” e quelli che “sono in strada perché da qui provengo ma trattandosi di arte, questa sta bene anche nei migliori salotti”. Personalmente, io non faccio e non farei troppe distinzioni. Ritengo che l’unico valido motivo per operare come uno street artist sia fare arte. Questa è l’unica licenza possibile con cui posso concepire di creare disturbo o violare le regole. Se non lo si fa per l’arte quali ragioni rimangono, protesta e/o vandalismo? Bene, ma quella non è arte, dunque.

Una delle poche “regole” non scritte è che nessuno tocca l’opera di un altro ne la distrugge o l’imbratta. Perché lo spazio è di tutti e non dei più scorretti. L’invidia però gioca brutti scherzi e pare che proprio i migliori siano oggetto di calunnie e sfregi, se non di autentici furti.

A molti fa piacere dare un contributo creativo o estetico all’ambiente, pure attraverso le istituzioni; l’unico riserbo è proprio sui contenuti e sugli organizzatori. Così come per l’arte “convenzionale”, non può essere l’assessore a dettare le regole, ma serve un curatore, un team tecnico.

Al contrario di tanti writer, molti street artist non hanno pregiudiziali nei confronti di pubblico, telecamere e taccuini dei giornalisti. Ma non vi è una regola. Può capitare di dare il consenso, ma pure di negarlo. La mia esperienza è che, parlando di media generalisti e di canali news, si tende a dare spazio solo all’arte che possa fare notizia e non all’arte in quanto tale; quindi si cerca il personaggio e non l’artista, si cerca la denuncia e non il pensiero artistico. Il luogo migliore per noi rimangono i blog/siti di settore (ancora una volta, la potenza di internet): pochi lettori ma molto interessati, dove si da spazio ad analisi e immagini, con perizia. Tanti giornali aimè, oltre a Banksy e “vandalismo” non sanno dove andare a parare quando devono raccontare una “nuova” figura.

Uno dei tratti più curiosi, costanti e distintivi è l’uso di pseudonimi, nomi d’arte e talvolta, il rifiutare di apparire a volto scoperto. Questo è per molti retaggio diretto del writing, dei graffiti illegali o più semplicemente il nome nato insieme al proprio progetto artistico. Tale abitudine si porta avanti negli anni anche quando concretamente svanisce ogni necessità di occultare il proprio cognome, nome o volto. Vi sono alcuni, come me, che giocano anche sul concetto di anonimato, tanto da apparire con una maschera ritraente il mio volto pixelato. Certamente non vivo nell’ombra, è solo un vezzo. Altri usano ancora uno pseudonimo come firma ma tengono tutto in chiaro, senza censure. Appare in ogni caso molto raro se non impossibile, non avere mai avuto uno pseudonimo: nella cultura delle crew come in quella della malavita, è più noto il soprannome che non il vero nome e cognome. Per tanti, è di cruciale importanza fare confluire ogni attenzione sull’arte/operato artistico e non sul cognome/identità anagrafica. Quasi tutti noi rifiutiamo ogni titolo e vantaggio politico-sociale derivato dall’essere “figlio di”. In strada ti spogli di tutto per vestire i panni del tuo alter ego; la causa è artistica e non personale. Non conosco nessuno che insiste nell’essere chiamato “Dott.”, pur possedendo regolare laurea.

Un punto molto dibattuto tra gli street artist è: la questione politica. Siamo circa tutti d’accordo che nel qualsiasi gesto consapevole di uno street artist vi sia una matrice politica, perché anche disegnare fragoline e fiorellini diventa veicolo “politico” quando è fatto senza permesso e in barba ad ogni divieto. Tuttavia, non tutti si sentono di inserire nella propria creatività l’elemento sociale e politico. Questo mi trova d’accordo. L’arte è e deve essere svincolata da simili contesti e pressioni, tuttavia l’artista è e deve essere figlio del proprio tempo e della propria storia, come riteneva Kandinsky. Ma la stessa ricerca del Kandinsky non sarebbe esistita senza fine estetico e materico, verso forme, equilibri e colori. Non c’è politica in questo. È l’artista piuttosto che diventa portatore di valori sociali e politici proprio in quanto artista e pensatore. Logicamente, concepisco e apprezzo l’opera dei tanti che si adoperano nell’arte attiva e sociale, nell’artivismo e nella denuncia ma solo se questi metodi sono sottili, creativi, estetici o concettuali, non gridati e atti a fare solo scalpore. Nel mondo ideale sarebbe bello preoccuparsi solo di colori e dimensioni ma aimè come non sentirsi mai ispirati dall’inciviltà dei piccoli e dalla corruzione dei grandi. Basta non eccedere, non scadere fuori dall’arte se arte si vuole fare. Il Picasso cubista non faceva politica, non faceva pittura comunista. Eppure il Guernica è opera di sapore politico, ma rimane pur sempre un’opera d’arte, non uno slogan bello è buono. Taluni cercano facile credito e merito proprio facendo “arte” politica… Il tentativo di nobilitarsi e assoggettarsi le attenzioni delle masse o dei media generalisti è una sorta di scorciatoia, una sorta di populismo visivo. Come dire, fare dei pessimi stencil di Che Guevara ma puntare a fare notizia per il simbolo che esso rappresenta. Un simile atteggiamento produce politica, non arte. Abbandonarsi a opere ed estetismi (anche non estetici, ma di concetto) senza alcun titolo socio-politico è talvolta una liberazione, anziché sforzarsi nel grottesco tentativo di attribuire un significato profondo laddove non c’è.

Studio e passione sono i motivi che spingono l’artista nella sua ricerca e lo street artist non fa differenza. Un malinteso comune vuole che “di strada” sia attribuibile a quelli che non hanno avuto una situazione familiare agevole, o che non abbiano studiato. Quanto di più sbagliato; se non studi e provieni da una condizione sociale difficile, sarai forse un “outsider artist”, il che non corrisponde al termine “di strada”. In tutti coloro che conosco c’è un interesse sincero verso lo studio e la documentazione. Molti escono da accademie e istituti di design e hanno buona cultura. Questi non sono, o solo raramente, il prodotto di periferie degradate; almeno non in Europa. Questo spiega perché il ghetto e il clan siano più importanti per i writer e meno per gli street artist. Umili talvolta per condizioni economiche, ma non sventurati o ignoranti. La documentazione è essenziale anche per auto collocarsi nella storia; la mia esperienza diretta mi porta a dire che ci sono poche persone aggiornate e informate sull’arte contemporanea (o sui fenomeni di costume e società) quanto gli street artist. Al contrario, noto dei buchi culturali enormi in curatori e critici sbucati da Lettere, per dirne una. Questo ci aiuta a capire che lo street artist è prima di tutto un artista contemporaneo, che conosce gli ultimi 10 anni di storia a menadito. La conoscenza aiuta a mantenersi equidistanti e consapevoli del lavoro altrui. Questo per evitare di cadere in progetti già visti o dell’essere accusato di plagio. Nel mio modo di vedere, tutta la storia dell’arte segue un andamento orizzontale, in cui ogni tassello è legato ai precedenti e ai successivi: senza influenze e continuità, non vi sarebbe ne Antonello Da Messina ne Van Eyck, ne Braque ne Picasso, ne Blek Le Rat ne Banksy. Quindi, l’ispirazione è l’inevitabile vivere nel sistema, il plagio invece è sconfinare volutamente e senza crediti in territori altrui, per pescare a piene mani. Nella cultura parallela del graffiti writing, fatta di codici e parametri ben precisi, è molto disdicevole copiarsi e attribuirsi opere/stili/metodi altrui. Tuttavia la similitudine estetica nel writing è talvolta così grossa da rendere poco distinguibile l’autore. Occorre leggere per capire, analizzarne la tag, ma nella sostanza e nel metodo questa rimane praticamente “già vista”. Quando questa mentalità approda nella street art, crea sonori malintesi. Non si può accusare un collega per l’uso medesimo che sia fa di un cartello o di un concetto… almeno non sempre e non così facilmente. Il criterio non può essere quello del writing; la storia ci ha mostrato innumerevoli Vergini Maria e San Sebastiano a olio su tela, affrontati con le medesime soluzioni… tuttavia non è il caso di gridare al plagio. Il plagio poi ha le gambe troppo corte e non può fare molta strada.

In cosa e come si distingue uno street artist? Per la sede fisica prediletta delle sue operazioni e per il percorso artistico. In cosa si somigliano tra loro? In molto poco, solo marginalmente. Meglio suddividerli per discipline, generi e livelli, come si farebbe per gli altri artisti. Essi sono sì contemporanei, ma non esattamente figli della stessa corrente, tutti. La strada non è un genere e non ha un manifesto. Pochi si sentono pronti a indicare un “nemico comune”, molti però indicano come nemico la disinformazione, consapevoli che ci sono fin troppi “colleghi” street artist che fanno solo polveroni, unendo tutto e il contrario di tutto, purché respiri e purché sia in strada. Se queste opportune distinzioni non le facciamo anche noi, non le possiamo dunque pretendere dalla pubblica informazione. Giusto per evitare che Blu finisca per essere definito ancora “tra i migliori 10 WRITER del mondo”… o noi al pari dei madonnari per via del termine “artista di strada”.

 

Per la realizzazione di quest’articolo hanno collaborato dieci artisti nazionali, che ringrazio:

 image

Elfo. Questo semplice e breve pseudonimo potrà dir poco a molti ma digitando “elfo street art” su Google si chiude il cerchio su uno dei più singolari artisti underground italiani degli ultimi 10 anni. È chiaro che a lui freghi poco di piacere a tutti, tantomeno non apprezza apparire ed essere in ogni dove. Ma c’è. Pare. Classe ’79, inizia nel ’94 con i graffiti per approdare verso il 2005, quindi prima di molti altri, a una street art extra pittorica di confine, tra Land e concettuale. La sua arte, spesso effimera, è strettamente relazionata all’esperienza fotografica (internet). 

 image

Guerrilla SPAM.Sono giovani e sono toscani, all’origine. Abusivi, anonimi, autonomi, antagonisti. Tutto purché inizi con la A. Ma non fanno Arte, fanno Azioni. Spam è più che altro un modo di fare e chiaramente la modalità è di Guerrilla. È spam contro il dilagare della pubblicità. La loro comunicazione visiva è lasciata a carta e colla, con cui riescono a distinguersi in modo egregio, per temi, composizioni e persuasività.

image

Chekos. Artista e divulgatore molto attivo, impegnato da anni, rappresenta il Salento (e il rinascimento salentino) e molto del suo sud, ma ha da tempo oltrepassato i confini nazionali. Muralista, è noto per i grandi ritratti figurativi, raffiguranti persone e personalità d’influenza. Crede profondamente nel ruolo positivo che la street art può giocare sulla collettività. Non è anonimo, anzi, è telegenico.

 image

Fra Biancoshock. Dal Milanese, Fra è esploso come una bomba. La sua arte effimera e virale non passa inosservata: sono sicuro che vi sarà capitata in rete anche a voi. Con l’astuzia e la sagacia tipica dei nuovi street artist, ha saputo sfruttare la potenzialità del world wide web e dei social, allargando i confini di San Donato fino alle estremità del globo. Non ama dir troppo su se stesso eppure è molto socievole. Nel suo genere, effimero-concettuale quanto semplice e spiritoso, è un vero asso.

 image

Ale Senso. È un’artista donna e fa pittura murale, figurativa e grafica. Spazia anche a installazioni, video e performance. Nata a Bergamo, approda a Milano per studiare all’accademia di Brera, ma da un po’ ci fa fare bella figura dove vive, a Berlino. Se la cercate sappiate che fa Crazysen su internet, ma poiché non si rifugia dietro l’anonimato, troverete di lei molto di più, e ha pure buone argomentazioni. Predilige i luoghi abbandonati.

 image

Collettivo FX. Giovani e di rottura, in gruppo. Nati a Reggio Emilia, sono destinati, in realtà come tutti coloro che ho sentito, a gloria e successo eterno. Noti per i semplici, essenziali, risoluti murales a rullo, stanno conquistando molti muri e molti favori, e in breve tempo. Sono impegnati, soprattutto, nel genere di street art che sta lontana dai salotti e dall’estetica “figa”. Il loro si definisce un collettivo aperto, in cui si può entrare e uscire, contribuendo così alla causa, anche solo con la mera divulgazione.

 image

Guè. È l’ennesimo caso di parto artistico gemellare. Marco Guè inizia davvero giovane, con i graffiti. Ma non è destinato a starci dentro poi tanto, poiché il suo stile si definisce e si sintetizza presto, portandolo alla pittura, alla street art pulita, sobria, estetica, elegante. Potrei definirlo figurativo, per via della sua “pupa”, ma non è solo così. Guè, che è mio concittadino, è molto conosciuto e apprezzato, con ottime credenziali sia in strada che nei salotti buoni, sotto i ponti e dentro le gallerie.

 image

Gec Art. Gec è nato a Cuneo ma ha fatto di Torino la sua base operativa. Il suo percorso artistico definitivo arriva nel 2006, con l’affissione, tecnica veloce ed economica. Si è fatto ben conoscere sia per strada che su tela, ma pure per delle opere “open call” in cui si ha chiesto l’aiuto del pubblico in rete. Le sue sono raffigurazioni semplici e spesso monocrome, iconiche e pop, che non sfuggono ai passanti, anzi, li attraggono: uomini con teste monitor, con cavi e spine elettriche, con antenne…

 image

AK. In pochi anni di dedizione, il lavoro di AK ha portato nuova linfa alla street art geometrica italiana. Nato a Genova, vive, lavora e studia a Torino. A colpi di triangoli isoscele, gioca tra la percezione visiva e la composizione geometrica, interagendo con forme e volumi dello spazio. Un po’ costruttivismo russo, un po’ Bauhaus tedesco. Il matrimonio perfetto delle sue combinazioni triangolari avviene sugli edifici, esterni e interni, nuovi o abbandonati, rimanendo sempre elegante ed evocativo, quasi misterioso.

 image

108. Cercando su Wikipedia, avrete due indizi. Scoprirete che 108 è un numero naturale posto tra il 107 e il 109. Ma c’è di più. Scoprirete pure che è lo pseudonimo di Guido Bisagni (Alessandria 1978). Il percorso di questo artista è affascinante quanto il suo lavoro. 108 rimane uno degli esempi più evidenti della deriva che sul finire degli anni ’90, ha portato un certo numero di writer oltre il confine, verso la “street art”. Con continuità e ricerca, sfodera da anni delle potenti opere informali, andando a pescare dove non ti aspetteresti mai: misticismo, sciamanismo, neolitico… sconfinando pure nei suoni e nelle istallazioni. Il suo debutto su larga scala avvenne ormai 10 anni fa: al Nusign di Parigi (Artcore Gallery).

Di VladyArt, 2014 (Gennaio – Marzo)


Il caso Favara.

image

Non parlo volentieri, in modo negativo, di Favara, popoloso comune dell’agrigentino. Non ne parlo, non perché non abbia un parere, ma perché si arriva a non aver molto da dire, alla vista di Favara.

Favara rappresenta, e non in modo unico, il fallimento del progetto Italia come paese avanzato e in modo altrettanto evidente, anche l’ambizione isolana di autonomia e indipendenza. Vedi Favara e capisci che l’Italia non è un paese come gli altri. Qui non verrà Renzi a parlare (però è venuto Grillo), ne inviteremo la Merkel, ne i grandi del G8, ne la massoneria di Bilderberg. Favara si trova a una distanza civile e sociale da certi standard europei (cui facciamo riferimento costante, essendo in Europa) francamente imbarazzante. Non per il suo centro urbano in sfacelo, pericolante, abbandonato, malsano.

image

A me personalmente una certa dose di disgrazia piace, quando nei contesti “adeguati”. Non è Pripyat, abbandonata dopo Cernobyl, ne la baraccopoli gipsy di Glod, in Romania, costruita in modo spontaneo con legno e lamiere. Per me è infatti peggio: è l’Italia dei dimenticati, degli emigranti, di quelli che hanno lasciato la cittadinanza favarese per abbracciare quella bavarese. Il fallimento di Favara non sta esattamente nella decadenza del suo centro storico piuttosto nel suo più recente sviluppo “moderno”, che in quanto a orrore urbanistico ha pochi rivali in Italia (ma ne ha!).

image

Che sia ben chiaro, è l’Italia ad avere un problema: dov’è che altrimenti ti viene consentito di costruirti la palazzina da solo, senza permessi, senza arte ne perizia? Dov’è che si moltiplicano le case senza il logico corredo di servizi e infrastrutture? In Italia si può, stando alle evidenze. Qui non vedo lo Stato, come non vedo il Comune (sicuramente senza soldi), neppure per le emergenze più banali. Bene, in questa città dove mancano i tombini, manca a tratti l’asfalto, manca il verde come l’acqua corrente (“e la gente non c’ha niente”, direbbe Rino Gaetano) e manca anche una sola fontanella, qui, nella morte della democrazia, dalle sue ceneri, rinasce l’arte contemporanea, e quella più attiva del termine, con il Farm Cultural Park. Sarebbe? Com’è possibile tutto questo?

image

image

Visito Favara più volte l’anno dal 2011. Ecco questo è uno dei cambiamenti più straordinari alla quale io abbia mai assistito. Prima di tutto perché in controtendenza con il resto della Sicilia, questo cambiamento è assai veloce. In secondo luogo perché fa assai perno sull’arte, quella materia volubile e impercettibile che non sai descrivere ma sai che esiste; quella faccenda che non serve a un bel niente e con cui non ci si mangia, ma capace di rivoluzionare semplicemente TUTTO. Questo tutto nasce dalla visione-passione di un privato, il notaio Andrea Bartoli, supportato della (super) moglie Florinda Saieva. Non mi dilungherò nel trattare la storia personale dei fautori di questo cambiamento perché non saprei aggiungere una parola in più a quanto già detto (di positivo) dalla stampa italiana ed estera. Grazie al Farm Cultural Park, Favara oggi è un caso di rinascita, unico. Rimango impressionato dalla mole di cose e dalla potenza che queste “cose” hanno sull’essere umano. La gente, anche la più “sfornita”, ormai ha metabolizzato i comportamenti e le circostanze tipiche dei “forestieri”, degli artisti e dei fruitori dell’arte; ha oggi visione e confidenza con le manifestazioni più trasgressive e bizzarre, con istallazioni, con colori e concetti che prima non avrebbe quasi potuto tollerare.  Il Farm ha portato una ventata di fiducia e possibilità, nonché ha fatto approdare il turismo in città. Cosa che la politica da sola non avrebbe potuto, se non a parole. Grazie e in seguito a questo, la cittadinanza sta prendendo coscienza, anche nell’abitare nuovamente il centro abbandonato e nel viverlo la sera: sono nati nuovi e deliziosi locali, molto giovanili e contemporanei, che non avrei detto mai. Vedi il bello, comportati bene e capisci quanto questi comportamenti siano contagiosi. La gente sta imparando la lezione e molto in fretta. Conosco poca gente così ospitale e disponibile come i favaresi. È facile sentirti in famiglia.

image

image

image

Questa cittadina prima nota solo per primati negativi, oggi vanta una nomea positiva inimmaginabile fino a pochi anni fa. Quale cittadina in Sicilia oggi può tenerle testa? Quante cittadine in Sicilia dovrebbero, attraverso fondi privati e alla cultura, tirarsi fuori dall’oblio sociale ed economico? Favara oggi ha numeri e caratteristiche che fanno ben sperare. Qui non c’è ormai solo il Farm Cultural Park, ma una serie di piccole iniziative personali e collettive (sia spontanee che correlate) impegnate nella rigenerazione urbana e nel contemporaneo. Queste realtà si danno incontro celebrandosi a ogni anniversario del Farm cultural Park, come in una nuova festa di paese, a fine Giugno. Ecco come fanno a nascere nuove tradizioni e nuove buone abitudini, rigorosamente pagane, per fortuna.

image

Prima della Farm, non avrei immaginato possibile fare impresa culturale quaggiù (ma nemmeno estetica!). Senza voler affrontare l’argomento del bilancio economico di tale impresa, consapevole che il ritorno è di tipo lento e difficile da valutare in soldoni, mi fermo e rifletto: se solo avessimo 5 italiani su 100 disposti a impiegare il proprio tempo e le proprie risorse, questo sarebbe senza retorica un paese del fare, migliore. Perché per generare talenti serve un motore, una macchina messa in moto. Chiudo con una carrelata d’immagini, segno di un’attività cerebrale che merita solo di essere incoraggiata. Allego una frase di Andrea Bartoli, una che su tutte andrebbe ricordata: “non ho più soldi di altri professionisti o imprenditori - tutto è una questione di volontà, di desiderio nell’investire su qualcosa i quali benefici ricadano visibilmente sulla comunità e sul futuro dei nostri figli”.

image

image

image

image

image

image

VladyArt.